I MASTER: OPPORTUNITA’ O MACCHINE MANGIASOLDI?

Negli ultimi cinquant’anni l’università è diventata di massa. L’accesso all’università è stato progressivamente facilitato dalla contestazione del ’68. Che tutto ciò sia stato un bene questo è assodato. Ma nessuno avrebbe mai pensato che il libero accesso avrebbe portato ad una banalizzazione dei programmi universitari e a riforme sciagurate. Il primo colpo mortale si è avuto con il 3+2. Cosa ha prodotto il 3+2 ? Banalizzazione dei programmi, spezzettamento e ridondanza degli insegnamenti e soprattutto un sacco di denaro nelle casse universitarie. Sono nati rami del sapere impensabili. Sono spuntati come funghi corsi dai nomi ridicoli e accattivanti che nascondono il vuoto cosmico. Una nutrita schiera di neolaureati con le più improbabili specializzazioni è andata anno per anno a rimpolpare la sciagurata nave della disoccupazione giovanile. Che il 3+2 non abbia rappresentato un sostanziale adeguamento al modello universitario americano è sotto gli occhi di tutti. Il sistema universitario italiano prevede due livelli: la laurea triennale (bachelor’s degree) e la specialistica (il master’s degree). Mentre i due livelli dell’università americana rispecchiano realmente una specializzazione maggiore, i nostri due livelli denunciano solo una mancanza di senso programmatico delle nostre istituzioni. Quando i sistemi esteri varcano l’Italia subiscono un abbruttimento senza precedenti. Le ruote del meccanismo si inceppano e l’adeguamento agli standard esteri è solo formale. Il 3+ 2 esiste solo negli accattivanti nomi dei corsi universitari e non certo nei programmi ripetuti fino alla nausea. Come al solito, però, c’è chi ha visto in questa grande sciagura per gli studenti universitari, una straordinaria opportunità. I baroni universitari hanno trovato in questo meccanismo mafioso un’autentica macchina da soldi. I due livelli di laurea hanno creato un numero incalcolabile di fuori corso e la durata media dei corsi si è innalzata di molto. Ci si laurea sempre più tardi in quanto è necessario completare due cicli di laurea totalmente identici e ripetitivi. CI si può fermare alla triennale? No, perché la triennale non è né carne né pesce. E perché dovrei produrre una tesi di laurea e discuterla davanti a una commissione? Perché dopo il percorso triennale il presidente di commissione mi proclama dottore? La solita farsa all’italiana. Il percorso “specialistico” inizia così mediamente a 24/25 anni, a un’età in cui ci si laureava tranquillamente con il vecchio ordinamento. La specialistica presenta programmi identici a quelli della triennale, producendo degli autentici doppioni, come le figurine Panini con le quali si giocava da piccoli, ma mentre queste potevano essere scambiate, i doppioni universitari no. Seconda proclamazione in una specializzazione che in realtà non esiste. Dottore di secondo livello a 26/27 anni. Sono le aziende con i loro annunci di lavoro a farci capire come le specializzazioni delle lauree (umanistiche soprattutto) siano solo una farsa. Ecco che negli ultimi vent’anni è sorta una mafia nella mafia:il business dei master. Organizzati dall’università (ironia della sorte) o dalle aziende ( un po’ meglio) i master dovrebbero finalmente creare dei profili più strutturati , pronti per essere resi disponibili al mondo del lavoro. Altro business ancor più torbido dei corsi universitari. Esistono master per diventare giornalisti (ma come, prima lo si diventava sul campo!) a quelli per fare i portaborse. Da quelli che ti insegnano l’argomentazione giuridica (ma come, hai una laurea in giurisprudenza e non ti hanno insegnano ad argomentare?!?), a quelli che dovrebbero formare i futuri editori (perché alla facoltà di lettere, corso editoria e giornalismo,  di editoria e giornalismo non vi è nemmeno l’ombra?). Perché le specializzazioni universitarie non “specializzano”? Semplice baby. Sono solo affari. Soldi, denaro. Un giro incalcolabile. Altro che mafia. Dopo un ulteriore master costosissimo sono pochi quelli che riescono a trovare un lavoro decente in una grande azienda e, in generale, un lavoro degno delle proprie aspettative e del denaro dilapidato in formazione. E il resto dei giovani scalpitanti? Quelli con una laurea e senza un master o in generale coloro che, pur avendo conseguito un master,  sono stati abbandonati al loro destino, nonostante le alte percentuali di placement vantate da certi enti e università ? E’ andata così. Bisogna far presto perché altrimenti sarà difficile entrare nel mondo del lavoro. Sì, perché secondo gli standard di Bruxelles, per accedere a tirocini pagati con una miseria, (si veda il tanto strombazzato programma “Garanzia Giovani”) bisogna rientrare in una fascia d’età che va dai 15 (!?) ai 29 anni. Ah, se solo a Bruxelles conoscessero le miserie del sistema universitario italiano che ti portano a concludere gli studi molto tardi! Hai 30? Anche se hai 2 lauree e due master sei fuori! Che cazzo vuoi? Puoi pure morire in un call center! Hai più di 75 anni e hai compiuto un reato,  tipo scoparti una prostituta minorenne? Bravo! C’è una bella legge che non ti fa andare in carcere. Grazie Italia!.

Il Web, vertigine e solitudine

solitudine

Rafforzare la propria presenza virtuale può avere effetti paradossali. Inizialmente Internet si presenta come un mondo caotico, selvaggio da addomesticare. Il web è uno spazio su cui dare vita ai propri pensieri sperando che si moltiplichino. E’ un posto in cui sperare di intrecciare  una relazione o di stabilire una comunicazione con qualcuno di lontano. Una nube di voci, immagini, emozioni e pensieri viaggia alla velocità della luce. Le vite di ciascuno scorrono sotto le sembianze di impulsi elettrici all’interno di cavi sotterranei o di onde che si espandono ritmicamente nell’atmosfera. Codici IBAN, una conversazione furiosa di una coppia, i messaggi di facebook, codici segreti governativi, pensieri solitari di un blogger, percorrono dorsali e attraversano palazzi. Facebook, amici, amici di amici. Quant’è grande il mondo!. Che vertigine! Poi subentra un sentimento opposto, spettrale. Quanti messaggi senza risposta, quanti articoli che non verranno mai letti e destinati giorno per giorno a morire nel caos di internet? Inferno solitario! Ma quale vertigine?  Questa è vera solitudine.

“La struttura della magia” di Richard Bandler e John Grinder. Recensione e riflessioni sulla natura umana

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Ho appena finito di leggere “La struttura della magia” di Richard bandler e John Grinder, i due creatori della PNL. Il libro è molto complesso ma ricco di spunti per la crescita personale. Per chi non lo sapesse, la PNL, che sta per Programmazione Neurolinguistica, è una tecnica terapeutica sorta negli anni ’70 che si propone di correggere certi comportamenti fonte di ogni sofferenza. L’uomo si esprime con il carattere, sorta di mostro bifronte e singolare unione di razionalità e irrazionalità. Maledetta gabbia di acciao, il carattere.  L’uomo, quale essere senziente, acquisisce determinate informazioni dall’ambiente circostante i canali visivo, uditivo, cenestesico (o tattile). Non tutti gli uomini, però, attribuiscono la medesima importanza a tutti questi sensi. Vi sono persone che attribuiscono maggior importanza alle parole, altre invece che danno importanza alle espressioni del volto (esperite tramite la vista) e altre ancora che si fanno guidare dal contatto fisico. L’uomo ha quindi dei canali d’ingresso più o meno sviluppati. Una volta che l’uomo ha acquisito tutte queste informazioni, si crea una mappa (una visione) del suo territorio (della sua realtà). E’ un punto sul quale i due autori insistono continuamente. Le sofferenze dell’uomo derivano da una visione della realtà e non dalla realtà stessa. La realtà oggettiva è per sua stessa natura inconoscibile. Tutto quello che chiamiamo realtà è un grumo di sensazioni più o meno strutturate derivanti dalla realtà oggettiva. La nostra è una realtà di seconda mano che deriva dalle nostre credenze culturali, dai nostri pregiudizi e dai nostri vincoli neurologici. La visione del mondo non è altro che un’accozzaglia di impulsi elettrici altamente strutturati che riproducono, secondo determinate regole apprese o meno,  quella che noi chiamiamo realtà. Non esiste un uomo uguale ad un altro per quanto possiamo attraversare in lungo e in largo il nostro mondo. Ogni uomo è un complesso prodotto biologico e culturale, unico nel  suo genere. Esistono quindi tante realtà quanti sono gli uomini del pianeta. Se la realtà esperita è un’esperienza soggettiva è possibile modificarla attraverso un’attività di riprogrammazione dei circuiti neurali. Niente fantascienza! 🙂 La riprogrammazione è un’attività che avviene attraverso il dialogo e un’osservazione attenta del comportamento del paziente. In breve l’analisi del modello disfunzionale del paziente parte dal linguaggio. Ogni frase pronunciata dal paziente presenta una forma incompleta in quanto agiscono tre procedure che contribuiscono a rendere insoddisfacente e povera l’esperienza del cliente. Queste procedure sono la generalizzazione, la cancellazione e la deformazione. Iniziamo dalla prima, la generalizzazione. Il terapeuta Inizia a contestare ogni riferimento generico dal discorso del paziente , recuperando, così, gli indici referenziali. Per esempio con  l’enunciazione “Non mi considera nessuno” il cliente generalizza una situazione che dovrebbe riguardare una persona ben precisa. Il terapeuta può recuperare l’indice referenziale (e quindi l’informazione perduta) attraverso una domanda precisa “Chi non la considera”?

Molta informazione subisce anche delle cancellazioni. Questa procedura la si trova quando un cliente utilizza un verbo specificando in maniera incompleta o alle volte omettendo del tutto gli argomenti.  Per esempio l’affermazione “Sono spaventato” può suscitare la domanda “Da che cosa”?.  La terza procedura che agisce è la deformazione. Esempio molto comune della deformazione è la nominalizzazione. Ammettiamo che il cliente stia attraversando una situazione molto difficile, credendo quindi che le cose non potrebbero andare diversamente. Una sua tipica frase potrebbe essere  “Rimpiango veramente la mia decisione”Il termine “decisione” è un sostantivo che deriva dal verbo “decidere”. Ora è mia premura sottolineare come le categorie grammaticali non siano delle entità strutturali prive di significato. Il sostantivo indica un oggetto o un evento cristallizzato, come nel caso del deverbale “decisione”, mentre il verbo “decidere” indica un evento non ancora concluso. Chi utilizza nei propri discorsi molte nominalizzazioni tradisce un approccio limitante alla vita. Il buon terapeuta deve essere quindi in grado di rintracciare queste nominalizzazioni e convertirle in verbi. Deve far capire al cliente come certe situazioni che appaiono senza via di scampo, siano in realtà non ancora concluse. L’utilizzo terapeutico del verbo a discapito del suo gemello maligno (il deverbale) arricchisce l’esperienza del cliente.

Una volta recuperata tutta l’informazione il terapeuta provvede a contestare la struttura linguistica profonda e i modi con cui essa è fruita dal cliente. Parlerò in particolar modo dei due più importanti e largamente trattati nel libro di Bandler e Grinder: due tipiche malformazioni esperienziali sono per rapporto-causa effetto o per lettura del pensiero.

Nella malformazione per causa-effetto il cliente attribuisce un suo stato d’animo al verificarsi di una certa azione di una qualche persona. La persona X parla a Y non rivolgendogli lo sguardo. Y interpreta la mancanza di contatto visivo come un totale disinteresse da parte di X. Y sta male per questo atteggiamento anche se X non è al corrente di questa inferenza ragionativa da parte di Y. Tipico caso di misunderstanding. Y però crede fermamente (inconsciamente e automaticamente) che tale evento causi in lui un certo stato di prostrazione. Y è vittima della sua stessa malformazione semantica. Compito del terapeuta è quello di spostare gli indici referenziali per far rivivere al cliente un’esperienza a ruoli inversi. Per esempio in questo caso è chiaro come Y interpreti la mancanza di contatto visivo come una prova del totale disinteresse del suo interlocutore. Il terapeuta potrebbe contestare questa inferenza con la seguente domanda “Ti è mai capitato di rivolgerti a qualcuno senza guardarlo?” Una probabile risposta potrebbe essere “Sì”. Il terapeuta ora potrebbe rovesciare la situazione “Ogni volta che non fissavi il tuo interlocutore eri disinteressato?” “No….”.  Bisognerebbe imparare a calarsi  nei panni altrui, almeno una volta al giorno, per 5 minuti. Forse i piccoli e i grandi conflitti quotidiani non avrebbero motivo di esistere.

La seconda malformazione è la lettura del pensiero. Una persona crede di non fare una buona impressione ad un’altra. Crede, ma non può saperlo con certezza. Nella lettura del pensiero il cliente crede di sapere cosa l’interlocutore pensi in un determinato istante. E’ evidente come questa malformazione sia pregiudizievole nei rapporti umani. Anche nella lettura del pensiero il cliente inferisce qualcosa da certi segnali sbagliati e li interpreta conseguentemente.

E il resto? Beh leggetelo voi . Ne vale la pena  🙂

Concludo affermando come questo libro tecnico abbia rappresentato per me  una grande rivelazione, checché ne dicano i suoi detrattori, rappresentati per la maggioranza da coloro che parlano ancora di scientificità e non scientificità delle teorie. L’aspetto che mi ha più colpito del libro è la sua forza critica e non certo il rigore che manca in quanto si parla della natura umana, sempre multiforme e cangiante. Al contrario, un atteggiamento eccessivamente rigoroso, invece, si sarebbe rivelato fallace e ridicolo. E’ sempre il comportamento umano al centro dell’attenzione dei due autori e non le traiettorie dei pianeti!  🙂  Alle volte, invece, bisognerebbe andare oltre una certa  visione dualista e manichea del mondo. Oltre qualsiasi pregiudizio.

Scissione o conformismo?

Gli intellettuali paesani di oggi non fanno che parlare continuamente di scissioni, tramonti, oppressioni. Ridicolizzano il lavoro meccanizzato e pensano che l’uomo che loro stessi giudicano “medio”, non abbia la minima capacità di senso critico. Aborrono tutto ciò che non possono comprendere. Con un linguaggio involuto, rendono volutamente oscuro ciò che è semplice e banalizzano realtà che meriterebbero di essere studiate più accuratamente.Parlano dell’uomo-massa e contemporaneamente si auto-escludono da essa. Loro sanno quali sono i libri degni di essere letti e disprezzano ogni forma decadente ripetitiva e banale di produzione artistica. La soap opera? E’ per la casalinga di Voghera, quella che nel tempo libero vede le trasmissioni di Barbara d’Urso e riesce contemporaneamente a farsi un’idea per le prossime elezioni. Contestano l’uomo ad una dimensione di Marcusiana memoria e affermano di essere strenui difensori del dialogo, ma le loro sono solo farneticazioni a senso unico.  La funzione critica della maggior parte degli intellettuali o presunti tali si sta ormai lentamente esaurendo. Esistono sempre le voci fuori dal coro, ma sono quelle che non parlano più di scissioni, tramonti e oppressioni. Niente rivoluzioni per loro. Il vero intellettuale che forse deve ancora nascere sarà colui il quale, laddove tutti sentono il dovere di riformare e opporre, inizierà a tessere gli elogi del conformismo.

Prima di iscriverti all’università e buttare nel cesso i risparmi dei tuoi, pensaci due volte. Anche tre.

Che faccio dopo il diploma? Che cosa accade nella mente dello studente che si pone questa domanda? Elabora una risposta autonomamente oppure si guarda attorno cercando conferme dal comportamento dei suoi coetanei? Sono pochi quelli che ragionano con la propria testa (e sì, lo ammetto, io non faccio parte di quei pochi). La  maggior parte dei diplomati non seguono le proprie aspirazioni, ma si fanno guidare inconsapevolmente dal principio di riprova sociale. Ti sei appena diplomato, ma non hai le idee chiare sul futuro. Cosa fai? Hai intenzione di chiudersi in un call-center? No, mai sia. Ti iscrivi all’università, magari una di provincia perché i tuoi non riescono a pagarti una che conta. Bella l’università. Hai 19 anni mille progetti. Lavori in un call-center per  250 euro al mese, ma la situazione non ti pesa perché la reputi di passaggio. Sì, perché frequenti l’università! Dopo l’agognato pezzo di carta sogni  un master, una specializzazione negli Stati Uniti e magari di cenare alla Casa Bianca un giorno. Peccato che la realtà non sia così dorata. Ti perdi fra i meandri merdosi di quell’istituzione putrefatta, fra  segretari cafoni e bibliotecarie strappate alla prostituzione da professori universitari di “buon cuore”. Il tempo passa, credi di farti una posizione, ma inizi ad assuefarti a quella vita del cazzo. Il tempo scorre fra lavoretti di merda, partite di calcio, amici geni dell’elettronica e del computer che per un pelo non sono entrati in qualche grande istituzione governativa, genitori dei succitati amici che quando ti incontrano per strada godono nel farti sentire una merda con frasi innocue del tipo “Sai, mio figlio si è sistemato. Ha un lavoro, una moglie stupenda,  il cane, il gatto, l’amante e un boa constrictor ficcato su per il culo”. La vita online va anche peggio. No, non parlo di facebook. I presuntuosi utilizzano un altro social network per vomitare al mondo la propria genialità. Non è che non esistano persone in gamba su questa Terra, ma è altamente improbabile che il mondo si sia popolato di CEO e founder dall’oggi al domani. Avete presente la curva a campana di Gauss? Bene. Prendiamo ad esempio Linkedin. Ci sono coloro che si creano il profilo Linkedin per millantare competenze mai possedute o che dichiarano di svolgere professioni altisonanti. Parliamo di questi manager del Kaiser. Ma chi è il manager? Una parola che significa tutto e non significa nulla. Manager, dal latino manu agere,  indica colui il quale conduce gli altri. Ebbene sì. Il manager è colui che sotto di sé ha decine, centinaia o migliaia di dipendenti. E’ colui che gestisce unità operative. Quindi la prossima volta che vi imbattete in un tizio che su Linkedin utilizza un inglese maccheronico per dire che a Milano lavora come Visual Merchandising Manager rispondetegli “Pirla, puoi anche scrivere che fai lo scaffalista. Che cazzo c’è di male. E’ un lavoro come tutti gli altri. Così poi tua madre smette di scassare i maroni alla mia, esclamando “Mio figlio sta facendo carriera a Milano!”. Ma vaffanculo!” Intanto il tempo passa. Sei perennemente risucchiato da queste storie, dalle cazzate degli amici, dalla tipa che non te la dà perché non puoi pagarle la cena in quell’esclusivo ristorante tibetano , dalle lezioni in “Estetica dello scaccolamento compulsivo”, da genitori dei succitati scienziati in erba. Alla fine torni in te quando realizzi di aver buttato nel cesso un sacco di tempo  e denaro che avresti potuto spendere per la crescita personale e professionale e magari per qualche sfizio. Ragazzi, non fate l’università o se dovete varcare la soglia di quel cesso di istituzione cercate di finire nei tempi previsti. Non fatevi risucchiare dalle storie o dai giudizi altrui. Non perdete tempo a fare lavori di merda tanto i professori  – che non hanno mai lavorato in vita loro –  non vi diranno mai “Bravo, ti apprezzo Oh studente lavoratore!” ma penseranno “Ancora questo coglione che ci mette 85 anni a laurearsi? Sai che me ne fotte, tanto rimpolpa le tasche mie e quelle dei miei rampolli”. E scordatevi il dottorato. E’ per gente agganciata, non per voi! Stringete i denti e anche se vi sentite dei molluschi, non perdete tempo in attività extracurriculari. Non cercate di preparare gli esami alla perfezione. Non leggete libri per i cazzi vostri. Non coltivate passioni intellettuali estranee al vostro percorso universitario, tanto per il vostro relatore di tesi non siete altro che un altro pollo da spennare. Non scegliete facoltà inutili. La disciplina “Storia delle pantofole nel XV secolo” dà da mangiare al tizio viscido che insegna quella disciplina, non a colui che la studia! Per il mondo del lavoro è più interessante il profilo di un ragazzo laureato a 24 anni, ignorante, presuntuoso, allergico alla cultura e che non ha mai lavorato piuttosto che il profilo di un tizio laureatosi tardissimo con quarantamila interessi  e con alle spalle una miriade di lavoretti di merda! Tanto alla fine ci morirete con quel lavoretto di merda, anche se siete plurilaureati.

Minguccio85

LE LEZIONI DI ITALO CALVINO

L’opera intitoItalo_Calvino_1lata “Lezioni Americane” può considerarsi il Testamento letterario di Calvino. Lo scrittore suggellò la sua straordinaria carriera di scrittore versatile, cerebrale, realista, onirico e adamantino scrivendo una serie di lezioni che egli avrebbe dovuto tenere ad Harvard. La morte lo colse prima e  l’occasione di parlare alla Harvard University svanì, ma i suoi appunti furono prontamente raccolti in un libro. Si può dire come in quest’opera l’architetto di mirabili opere letterarie sia riuscito a denudare se stesso. Nella sua opera Calvino tratta cinque caratteristiche che non dovrebbero mancare ad un testo che aspiri ad essere “letterario”: la leggerezza, la rapidità, l’esattezza, la visibilità e la molteplicità. Un’ultima caratteristica, la sesta, fu solo progettata ma mai portata a termine. Le caratteristiche di Calvino hanno dei nomi accattivanti e svelano la sua idea di letteratura, apportandovi anche prestigiosi exempla letterari classici e moderni. La leggerezza è imprescindibile in un testo letterario, ma non ha a che fare con visioni fantastiche totalmente disancorate dalla realtà; si tratta piuttosto di un esercizio di stile capace di trarre dal mondo circostante ciò che vi è di essenziale. La scrittura dovrebbe essere in grado di descrivere la realtà, di comprenderla ma al contempo di “proteggersi” da essa; ogni scrittura che si lasci condurre incondizionatamente dalla realtà è destinata a diventare opaca, pesante, poco brillante. Una scrittura così imbruttita dalla realtà quotidiana non sarebbe in grado di effettuare quei voli pindarici che conferiscono alla letteratura la sua particolarità. Calvino ci tiene a precisare come la sua idea di leggerezza non abbia nulla a che fare con un totale disinteresse per la realtà, e nel fare ciò apporta l’esempio di Milan Kundera, autore de ”L’ insostenibile leggerezza dell’essere”. Come lo scrittore ceco insegna nel suo romanzo, la leggerezza non tarda a svelare la pesantezza delle cose. La scrittura deve essere intrisa di realtà ma al tempo stesso deve rivendicare la sua autonomia, la sua anima raminga, evasiva e cerebrale. Per conferire leggerezza alla sua scrittura, Calvino confessa di averle tolto quel peso mondano e di averla ridotta all’essenziale, ad una chiarezza adamantina, geometrica e squadrata, ma non per questo meno affamata di “realtà”. La rapidità invece ha a che fare con l’agilità narrativa. La scrittura deve essere in grado di sfruttare una base narrativa solida e degli espedienti in grado di garantire una certa scorrevolezza al testo. L’esattezza invece ha a che fare con la capacità di descrivere in maniera dettagliata e precisa immagini, visioni e dettagli.  Ora la quarta caratteristica: la visibilità. Bisogna fare in modo che, almeno nella fase iniziale, la scrittura funga da “traduttrice di immagini”. Prima che lo scrittore costruisca un racconto, è necessario che nella sua mente si sia creato una mappa di immagini vivide. L’autore sapiente è colui che, avendo già presente il nucleo visivo-concettuale principale, è capace di tradurlo adeguatamente tramite la tecnologia scrittoria. Solo quando l’autore è riuscito a tradurre le prime immagini in parole, la scrittura si trasforma in un potente veicolo di creazione. Inizialmente la scrittura si presenta come un semplice veicolo di idee e solo in un secondo momento è in grado di dispiegare il suo enorme potenziale creativo. La scrittura diventa padrona della pagina ed ora è essa a richiamare le immagini. Chiude l’opera l’ultima caratteristica: la molteplicità. Essa, invece, ha a che fare con un ingrediente che sembra accomunare tutte le grandi opere del passato e in particolar modo quelle moderne. Comprendere il mondo e ripudiarlo, accarezzarlo e aggredirlo, soggettivizzarlo in maniera esasperata e sovvertirlo comicamente sono alcuni degli atteggiamenti che contraddistinguono lo scrittore molteplice e poliedrico. La realtà è mutevole, così come lo scrittore che intende raffigurarla, perciò la scrittura “letteraria” non può che essere tormentata e nevrotica, cerebrale e schizofrenica, onirica e vertiginosa.

Recensione di “Change. Sulla formazione e la soluzione dei problemi”.

Change Watzlawick

In questo famoso saggio intitolato “Change” Watzlawick, John H. Weakland e Richard Fish riprendono le idee esposte in “Pragmatica della comunicazione” e le utilizzano per costruire un modello teorico mirante a descrivere la soluzione dei problemi umani.

Watzlawick in particolar modo attinge a piene mani a due branche della matematica per enucleare il suo metodo:

  • alla teoria dei gruppi esposta nell’Ottocento dal geniale matematico Évariste Galois
  • alla teoria dei tipi logici di Bertrand Russell.

La teoria dei gruppi descrive magistralmente l’impasse in cui si trova un essere umano imbrigliato in un sistema relazionale disfunzionale. Ogni sforzo attuato dall’uomo per sfuggire a una situazione simile non fa che rimescolare gli elementi, ma di fatto mantiene invariata la relazione fra essi.

La teoria dei gruppi descrive le proprietà invarianti di cui gode un gruppo di elementi. Questo è quello che Watzlawick chiama cambiamento di tipo 1, perché l’attivazione di determinate regole non fa altro che rimescolare gli elementi preservando l’invarianza dei rapporti.

Questo perché, secondo Watzlawick nei rapporti umani “plus ça change, plus c’est la même chose”. Cosa farebbe un uomo per cambiare una determinata situazione? Individuato un problema (presunto) egli si attiverebbe costantemente per risolverlo, sostenendo un atteggiamento contrario alle “forze” sprigionate dal problema stesso. Un uomo è convinto di essere braccato dalla propria moglie che ama imporsi. Egli cerca quindi di preservare il suo spazio vitale chiudendosi in sé stesso. D’altro canto la moglie lamenta il fatto che suo marito non esprime liberamente i sentimenti e sembra essere sfuggente. Quanto più l’uomo cercherà di preservare il suo spazio, tanto più la moglie si lamenterà della chiusura del suo uomo e cercherà di attuare la sua personale soluzione: quella di stargli addosso sempre di più. In realtà esistono problemi che andrebbero risolti, altri che sono frutto di una visione distorta (basti pensare alle mete utopiche) e altri che non hanno alcuna soluzione e sono connaturati a certe logiche prettamente umane. Quest’ultima categoria è la più interessante e include per esempio il problema del gap generazionale. E’ naturale che ci siano delle differenze generazionali ed è scorretto da parte dei genitori cercare di colmarle. Per ogni genitore le nuove generazioni vivono seguendo delle logiche perverse, sono più irresponsabili e quanto meno il loro mondo è incommensurabile con il proprio. La visione distorta del genitore cerca di ridurre questa differenza. E’ risaputo come il problema sia dovuto alla differenza generazionale e alla consueta amnesia che affligge molti ragazzi e ragazze ormai “cresciuti”. Cambiano le visioni del mondo e ci si dimentica come si era prima.

Il cambiamento di tipo 1 è fittizio e inutile; è come sperare di dare una maggiore accelerazione all’auto senza cambiare marcia. E’ necessario un “cambio di marcia” o cambiamento 2 e per fare ciò Watzlawick attinge a piene mani alla teoria dei tipi logici di Russell e Whitehead. E’ necessario distinguere tra un elemento dell’insieme e la totalità degli elementi. La totalità degli elementi non è un elemento dell’insieme stesso. E’ la confusione tra elemento e insieme a generare paradossi e fraintendimenti. Esiste in pratica una gerarchia dei tipi logici che stabilisce una netta distinzione tra un elemento, un insieme, un insieme di insieme e così via fino all’infinito. In un determinato sistema è necessaria una metaregola esterna che scardini il sistema stesso. Se in molti problemi umani è controproducente andare semplicemente nella direzione opposta di essi, una soluzione, suggeriscono gli autori, può essere quella di “somministrare il sintomo”. In che modo si può obbligare una persona a cambiare un dato comportamento? E’ sufficiente prescrivergli un comportamento opposto (quello cioè considerato corretto)? Fosse stata quella la soluzione, tutti i problemi sarebbero stati risolti già da un pezzo. Per essere duraturi, certi cambiamenti devono essere spontanei, ed è noto come la spontaneità di un atteggiamento non possa essere indotta da una semplice prescrizione. E’ opportuno quindi utilizzare delle particolari prescrizioni paradossali, legate doppiamente: tali prescrizioni del terapeuta riescono in qualche maniera ad ottenere l’effetto voluto sia che il paziente risponda positivamente, sia che rimanga restio al cambiamento. Solitamente queste prescrizioni appaiono talmente insensate che i pazienti si sentono disorientati. Molte volte la prescrizione può apparire controproducente e sembra andare persino nella direzione del problema stesso piuttosto che contro di esso. E’ qui che Watzalwick propone la “prescrizione del sintomo”: ordinare al paziente la prosecuzione dei suoi atteggiamenti disfunzionali permette di inquadrare il problema in una luce totalmente diversa. Ora il paziente si trova costretto a eseguire spontaneamente un atteggiamento disfunzionale. Prima, però , ho ribadito come un atteggiamento spontaneo non possa essere indotto attraverso una prescrizione: sarebbe paradossale. Questa ristrutturazione del problema mette il paziente in condizioni di ripensare il suo problema. La prescrizione esorta il paziente a riprodurre i suoi sintomi a comando e magari in alcune ore della giornata; questa nuova realtà lo porta irrimediabilmente ad avvertire l’assurdità della stessa e ad abbandonare il suo atteggiamento scorretto. Il principio del “similia similibus curantur” (il simile va curato con il simile) è un’altra chicca teorica di questo libro stupendo. Sostanzialmente è un libro complesso che va letto attentamente.
Minguccio85

Una chicca per gli studenti. Riporto un brano di Change che parla di un ragazzo che si trovava in una impasse piuttosto diffusa: perfezionista negli studi non riusciva a concludere in tempo il suo lavoro di tesi, procrastinandolo ad oltranza. Watzlawick descrive magistralmente il trattamento del paziente:

“Problemi negli studi
Gli sforzi compiuti dagli studenti per affrontare gli studi universitari sono spesso tipicamente controproducenti.(…) Un giovanotto intelligente, che preparava la tesi di laurea, incontrava particolari difficoltà quando si trattava di scrivere i testi che doveva consegnare a una data stabilita (…) Per laurearsi non gli restò che presentare che due scritti. Da tipico viaggiatore convinto che è meglio viaggiare pieni di speranza piuttosto che arrivare, si lasciò andare a una vera e propria orgia di indugi quanto mai tormentosa. Quando si rivolse a noi, aveva già ottenuto due rinvii del termine di presentazione e sapeva benissimo che non gliene avrebbero concesso un terzo. Risultò fin dai primi colloqui che si era imposto mete utopistiche, che pretendeva troppo da sé e dal suo lavoro, e quindi era costretto a procrastinare perché era l’unica tattica di cui disponeva per evitare il compito. La cosa più difficile per lui era cominciare a scrivere, perché comunque cominciasse la prima frase non gli sembrava mai abbastanza bella – il che gli impedivano solo di scrivere la seconda frase ma addirittura di pensarla. Gli consigliammo di preparare due testi appena sufficienti, insomma quanto bastava a superare l’esame – ma il consiglio fu accolto da un secco rifiuto. Fare di proposito un lavoro mediocre per lui era un’idea inaccettabile anche se ammetteva che di solito, malgrado il gran dispendio di energie, i risultati finali del suo lavoro erano comunque abbastanza mediocri.(…) Alla fine accettò un compromesso: un testo lo avrebbe scritto a modo suo, mentre avrebbe fatto ogni sforzo possibile e immaginabile per scrivere l’altro testo peggio che poteva e comunque per prendere poco più della sufficienza ed essere promosso. Si impegnò a non cambiare in nessun caso la prima stesura della prima frase e a metterci di proposito qualche difetto se, rileggendolo, gli fosse sembrato troppo ben fatto per avere la sola sufficienza. Nella seduta successiva lo studente disse di aver scritto il “nostro” componimento in meno di due ore, dopo di che si era messo a fare il “suo”, e per finirlo praticamente gli ci era voluto tutto il week-end. Quando gli mostrarono i suoi compiti dovette prendere atto che poco più della sufficienza l’aveva avuto nel lavoro fatto a modo suo mentre aveva ottenuto un ottimo voto nel “nostro”. (…) In quella seduta fu dunque ottenuto un cambiamento durevole trattando soltanto “la parte emergente dell’ “iceberg”, cioè senza l’ausilio di alcun “insight” per individuare le ragioni e l’origine del suo perfezionismo. Quando il soggetto tende a procrastinare gli impegni scolastici o compie sforzi tormentosi e inutili per concentrarsi nello studio il problema può risolversi fissando un limite di tempo. Si può, ad esempio, chiedere al soggetto quando pensa di finire il compito assegnatogli – e mettiamo che lui dica verso le 21. Una volta stabilita l’ora, occorre fargli promettere che se per le 21 non ha finito, può passare la serata come vuole tranne che continuando a studiare. Tale prescrizione ristruttura il tempo libero come una punizione(…)
P. Watzlawick, J.H. Weakland, R. Fisch “Change. Sulla formazione e la soluzione dei problemi” pagg. 152-154

Recensione del libro “Pragmatica della comunicazione umana” di Paul Watzlawick, J.H.Beavin, Don D. Jackson

Pragmatica della comunicazione umana di Paul Watzlawick

“Pragmatica della comunicazione umana”  di Watzlawick e altri, non è solo un libro per addetti ai lavori, bensì qualcosa di più: è un’avventura entusiasmante.

Gli autori, tra cui quello di spicco è sostanzialmente il già citato Paul Watzlawick, uno dei massimi studiosi della comunicazione nonché uno dei fondatori della scuola di Palo Alto, ridefiniscono il paradigma comunicativo statico e lo arricchiscono con modelli teorici mutuati da altre discipline: dalla filosofia della scienza (Popper un nome fra tutti), alla cibernetica (con un riferimento particolare alla seconda rivoluzione epistemologica attuata da Heinz von Foerster), dall’ecologia alla teoria dell’informazione, dalla logica allo studio dei conflitti interpersonali.

“Pragmatica della comunicazione umana”  e’ un volume molto impegnativo che contiene in nuce le idee che hanno caratterizzato tutta la produzione successiva di Watzlawick.

Costruttivista ad oltranza, Watzlawick ridefinisce il concetto di realtà in maniera radicale. La realtà non ha una propria esistenza oggettiva al di fuori della mente di colui che la osserva, ma è il frutto di una reificazione mentale. La realtà rispecchia i binari di pensiero di colui che la concepisce. A complicare il quadro vi è irrimediabilmente la comunicazione studiata a fondo anche nei suoi aspetti matematici, aspetti che esulano da fini quantitativi, ma che sono orientati esclusivamente a porre certi problemi comunicativi in un’ottica innovativa.

Due persone che comunicano metteranno in campo delle visioni del mondo differenti; è qui che entra in gioco la comunicazione con le sue logiche. Lo scambio verbale (linguaggio digitale) e non verbale (linguaggio analogico) tra due individui attiva una contrattazione continua di un senso. La realtà è co-costruita da due o più persone (nel saggio si parla anche di logiche familiari conflittuali). La comunicazione ha delle proprie regole e persino i conflitti hanno una propria logica. Un contesto familiare problematico si autoperpetua proprio perché i protagonisti si ostinano a seguire inconsciamente delle regole. Come possono essere risolte gravi impasse comunicative? E’ necessario che i protagonisti coinvolti in questo gioco al massacro non cambino autonomamente le regole, ma che a farlo sia una persona esterna, un terapeuta. Quest’ultimo ha il compito di risolvere i paradossi ricorrendo ad una metaregola che calibri l’intero sistema. Ogni riferimento all’insight di tipo psicanalitico è escluso: il passato non ha più una grande importanza e il “perché” di una disfunzione comunicativa o intrapsichica è totalmente bandito dal quadro concettuale esposto nel libro.

E’ il “come” che interessa agli autori di Pragmatica della comunicazione umana, non il perchè.. Un problema viene visto come un malfunzionamento di un congegno. Bisogna intervenire sul problema presente e non chiedersi quali siano state le fasi che hanno portato al suo presentarsi.

Il risultato di questo approccio è una considerevole riduzione del tempo richiesto per la guarigione e la risoluzione di problemi interpersonali. E che ne è della concezione monadica della malattia mentale? Uno schizofrenico è tale rispetto a quale situazione?

In questo senso Watzlawick e gli altri autori nel saggio Pragmatica della comunicazione umana riprendono il concetto di double bind introdotto da Bateson, interpretando la schizofrenia di un individuo come l’unica reazione possibile ad un contesto comunicativo disfunzionale.

  1. Dov’è “allocata” la malattia mentale?
  2. Nella mente del “malato” o nel contesto relazionale?
  3. E’ il malato la causa di una situazione familiare insostenibile oppure è il modello comunicativo stesso che, viziato alla base, finisce per riverberarsi nuovamente sul malato?

La logica lineare tipica della fisica classica o della psicanalisi cede il posto a una logica circolare in cui è inutile chiedersi quali siano le cause e gli effetti. Spezzare il circolo cibernetico e disporlo classicamente su un asse che va dal presente al futuro significa introdurre una propria interpretazione degli eventi ( o una determinata punteggiatura della sequenza degli eventi, come la definiscono gli autori) che il più delle volte porta a non focalizzarsi sul meccanismo conflittuale, ma a costruire avvincenti, e allo stesso tempo, inutili narrazioni. Watzlawick e gli altri autori suggeriscono come questa teoria non voglia minimamente contestare l’esistenza di problemi intrapsichici che il più delle volte richiedono trattamenti farmacologici, ma cercano di dare al contesto comunicativo la giusta importanza.

Minguccio85

Ciao a tutti :D

Salve a tutti 🙂 Ho deciso di aprire questo blog per recensire tutti i libri che ho letto. Mi sentirei più realizzato se riuscissi a trasmettere la curiosità e l’interesse che ho provato io nel leggerli. Spero anche che questo mio blog sia anche un luogo in cui possano nascere discussioni interessanti e costruttive 🙂 Sono graditi i consigli per migliorare, ovviamente 🙂